Scheda Progetto

Museo Monti Prama

Anno: 
2011
Luogo: 
Cabras, OR
Co-progettisti: 
Ing. Davide Fancello
Stato: 
Concorso

«Passavamo sulla terra leggeri come acqua, […] come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta»

(S. Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, Riedizione Mondadori, Milano 1996)

 

Localizzazione e scopo del bando. Il Concorso di Idee, indetto dal comune di Cabras (OR), è finalizzato all’acquisizione della proposta migliore per l’ampliamento del Museo Civico G. Marongiu che ospiterà i reperti archeologici recuperati nel sito di Monti Prama. Oltre all’ampliamento, il bando richiede la progettazione di spazi annessi quali bookshop e caffetteria e la sistemazione paesaggistica delle aree prossime al museo.

 

Linee guida progetto. Il progetto affronta il tema del concorso sviluppando un sistema coordinato di opere e proposte che non si limitino alla nuova sala espositiva e agli spazi aggiuntivi da connettere al museo esistente, ma che provino a ripensare il museo nella sua interezza. Il museo in quest’ottica viene prima studiato e poi sviluppato come una macchina complessa avendo come obiettivo quello di migliorarne flessibilità e offerta culturale e la stessa qualità architet­tonica.

L’ampio terreno pubblico che separa la strada dalla laguna deve essere affrontato dal progetto, a partire dal mu­seo esistente che può costituire una cerniera e un importante supporto funzionale. L’edificio esistente organizza lo spazio circostante principalmente attraverso un asse visuale molto definito, ricalcato dalla passerella in c.a. che si prolunga dietro l’ingresso. Quest’asse tiene insieme laguna e centro urbano e da questo punto si può ripartire per intessere una rete di relazioni urbane e territoriali. Rete che da materiale, e organizzativa dello spazio deve farsi necessariamente immateriale e coordinare e coordinarsi con le varie realtà archeologiche, economiche e turistiche del territorio. L’asse in questione potrà essere rafforzato e reso fruibile dalla strada alla laguna, aprendo totalmente gli spazi antistanti il museo per integrarli con quelli della strada. Il percorso così definito viene raffor­zato dal servizio bookshop-caffetteria che in questo modo, in questa precisa posizione, recuperando le strutture ora in disuso, permette una perfetta integrazione fra le parti del complesso e le aree pubbliche.

Questi enunciati sono tanto più interessanti quanto improntati alla logica del basso impatto, recuperando ove possibile volumetrie prima di produrne di nuove. Un punto program­matico importante, riguardo alla sostenibilità è anche la scansione temporale degli interventi. La realizzazione può essere completata per fasi successive e alcuni miglioramenti possono essere raggiunti con bassi budget e interventi minimi.

Per il museo si punta sulla flessibilità e sulla generazioni di percorsi espositivi diversi da quelli consolidati del museo esistente. Avere spazi variabili e alternative permette al museo di funzionare come una vera e propria macchina espositiva, adattando al meglio gli spazi e diversificando le offerte. Il rapporto con gli edifici esistenti è improntato alla massima valorizzazione ricercando il confronto e la relazione con l’esistente.

 

Rimodulazione del programma funzionale. Il programma funzionale viene modulato per rispondere al meglio alle esigenze di un museo moderno e ad alcune problematiche specifiche del sito di concorso.

Il magazzino al piano terra viene proposto come uno spazio più complesso, che garantisca il deposito delle collezioni non esposte e ne consenta la fruizione agli esperti. Allo stesso modo vengono rimodulati gli spazi per la didattica, diversificandoli in base alle tipologie di utenti. Si avrà così un’aula laboratorio per i bambini delle scuole elementari e medie, un auditorium (quello esistente), una sala multimediale (integrata al percorso espositivo) e un magazzino litoteca aperto agli esperti del settore.

Il bookshop e la caffetteria vengono integrati in un unico ambiente così da massimizzare i benefici, e offrire un servizio di alta qualità e flessibile. La posizione a fine percorso espositivo è quella normalmente prevista negli impianti museali più avveduti. Si sottolinea inoltre come il bookshop possa felicemente integrarsi e sostenere le esposizioni temporanee, permettendo la vendita delle pubblicazioni in un esercizio commerciale integrato ma con un certo grado di autonomia rispetto al complesso. Per la loro ubicazione si propone il recupero di parte delle strutture attualmente in disuso nell’ala nord, in una posizione strategicamente più favorevole.

Tra le linee guida strategiche del progetto si è seguito un criterio di massima credibilità e di sostenibilità degli interventi, ricercando dove possibile di ristrutturare parti del complesso in disuso prima di impegnare nuove volumetrie.

In questo quadro s’inserisce anche la ristrutturazione dell’hall di ingresso, riportandola alla spaziosità originale e cercando però di espanderne le potenzialità espressive, giacché si tratta dello spazio di accesso al museo. Il patio del museo esistente, attualmente dimenticato, può essere recuperato e ampliare notevolmente lo spazio della hall. In questo modo, seppure solo visivamente, essa acquista una profondità di campo e una qualità ambientale finora non immaginate. Tutto questo usando solamente le risorse già presenti nell’edificio esistente.

 

Assetto e approccio al progetto. L’ampliamento del museo attraverso un nuovo spazio espositivo non può risolversi con una semplice giustappo­sizione di nuovi volumi. Si deve garantire anzitutto la qualità del percorso museale e la sua piena integrabilità con gli spazi originari.

Innestare però in maniera indolore degli spazi espositivi in un museo dalla chiara concezione museologica non è impresa semplice.

Il museo esistente infatti ha un assetto bloccato, chiaramente concepito per un percorso espositivo definito con poco o niente margine di manovra per allestimenti temporanei. Il suo impianto ha una matrice quadrata, coordi­nata da un patio, nella quale sono incasellati i moduli espositivi e quelli di collegamento. Il sistema appare dunque rigido e concluso.

Tuttavia, la stessa matrice contiene in sé il germe dell’espansione; è possibile, infatti, individuare due assi principali capaci di rompere lo schema compositivo: il percorso allineato con l’attuale sala Pulix e il parallelo che, attraversando il patio, consente l’uscita sul lato sud tramite una scalinata.

La doppia matrice, quadrata e lineare, dell’edificio consente dunque di espandere coerentemente, senza particolari artifici l’impianto museale. Su tali premesse è possibile sviluppare un percorso coerente, regolare e scorrevole che attraversi le sale esistenti e quelle nuove senza interruzioni o tempi morti.

Come per l’asse principale del progetto, quello che corre verso la laguna, anche all’interno del museo è neces­sario supportare con funzioni adeguate i percorsi di collegamento fra le parti. La sala espositiva che si trova tra i percorsi d’ingresso e uscita dal nuovo ampliamento viene per questo trasformata in sala multimediale. Il cambio di destinazione d’uso di questa sala permette di diversificare i percorsi espostivi, escludendo in parte le collezioni permanenti e di fatto garantendo l’esistenza di un museo nel museo, durante gli allestimenti temporanei. Il doppio percorso, permette di connettere l’ampliamento al complesso originario senza sminuire la portata delle collezioni esposte, evitando l’effetto “sala del tesoro” nella quale si entra e si esce e che diventerebbe il vero e unico attrattore del museo. Si punta invece a una piena integrazione delle due strutture, tali che funzionino come un’unica macchina espositiva.

Inoltre il corridoio est (attuale sala Pulix) deve necessariamente essere usato come da progetto originario, con la funzione cioè di collegare e di relazionare con l’esterno. Nella proposta progettuale l’esterno diventa l’amplia­mento e l’asse di collegamento riassume il suo ruolo di coordinamento dello spazio. Un asse che tiene insieme il nucleo originario con l’ala nord e il nuovo ampliamento, non può essere destinato ad altre funzioni, ma deve esprimersi in tutta la sua portata.

Dare sufficiente spazio al nodo di collegamento tra i due edifici significa garantire uno spazio di pausa e di fil­tro lungo il percorso museale. Ambienti di questo tipo sono necessari per innalzare la qualità dell’esperienza e cadenzarla con giusti tempi di attenzione e di rilassamento, così da lasciare il tempo per assimilare la notevole quantità di informazioni cui è sottoposto l’utente.

 

Spazi aperti. La proposta progettuale affronta anche l’importante nodo degli spazi esterni. Il museo ha un senso solo se intera­gisce con la società, meglio ancora se lo fa a diversi livelli. In questo caso particolare occorre sottoline­are l’eccezionale posizione del museo, a ridosso delle rive lagunari. Come detto, si tratta di una fascia di margine, l’area di contatto fra il paese e la sua laguna. Il progetto originario aveva colto l’importanza di questo rapporto e la passerella di cemento armato che raccorda il museo con la sua ala nord ne è espressione. Si legge chiaramente un asse visuale molto pronunciato, che dalla via Tharros porta fino all’acqua. Purtroppo però l’asse non va oltre la passerella, se non a livello visivo. Non raggiunge quindi né l’acqua né il percorso pedonale – ciclabile che costeg­gia la laguna. Il progetto generale dell’area s’incardina su quest’asse, riparte da quest’asse così definito, da questa necessità. La laguna a dire il vero non è così visibile dalla via Tharros e nemmeno il museo ha la visibilità che meriterebbe. Non è pensabile che un paese così intimamente legato al suo specchio d’acqua abbia un rapporto così indiretto con essa. La fruibilità dell’area quindi doveva essere garantita, così come però l’assetto naturale della fascia immediatamente a ridosso della riva, appena dietro il museo. La proposta definisce quindi un gradiente, una sfumatura da un ambiente urbanizzato, lungo la strada a uno via via più naturale fino sostanzialmente a sparire. Così la parte antistante il museo viene organizzata in fasce perpendicolari all’asse portante del sistema, lungo le quali si ritrovano diverse funzioni. Queste fasce si diradano fino a sparire appena superato il museo, che fa da cerniera e tiene insieme i due spazi.

La prima importante operazione è il raggiungimento della laguna. Si propone una lunga passerella in legno, che sottolinea l’asse storico esistente, connette la strada all’ingresso del museo, e prosegue, affiancandosi alla passerella di c.a. e passando a pochi centimetri dal terreno fino all’acqua. Lungo questo percorso si attraversano tutti gli spazi del gradiente succitato: l’urbano, la piazza del museo, il museo, il terreno naturale e infine si entra in acqua, spingendosi per qualche metro dentro la laguna stessa. Questo percorso anche a livello esperienziale è importante perché consente di raggiungere luoghi difficilmente accessibili e caratterizzati da spazialità e sonorità totalmente diverse rispetto alle aree prossime alla via Tharros. Allontanarsi verso l’acqua significa anche percepi­re in maniera nuova il museo dal suo lato meno visibile. La passerella entrando in acqua si fa molo così da poter stimolare attività di visita guidata in laguna. Il molo può anche fungere da supporto per le attività sportive in canoa. Lungo quest’asse così definito e lungo, come da schema generale, vanno ad “appendersi” le funzioni necessarie a rendere fruibile l’area.

La parte antistante il museo fino alla strada viene trattata come un giardino urbano, eliminando innanzitutto le recinzioni che delimitano l’area. La continuità degli spazi pubblici è fondamentale e il verde del museo deve esser fruito dalla popolazione indipendentemente dalla visita.

 

Composizione volumetrica ampliamento. Il nuovo volume che ospita la sala Monti Prama è concepito come una teca, semplice e pulita, un volume puro pensato per proteggere. Esso svela, solo all’esperienza, un’identità complessa e affinata. Un volume sospeso sul terreno, posato su una base compressa, che lo connette all’edificio esistente. La teca, bianca, appare piena e accentua con la luminosità e la compattezza il proprio stato sospeso. Il volume inferiore appare scuro, compatto ma anch’esso rivela una leggerezza inattesa, si smaterializza in controluce, si incassa nei volumi del museo esi­stente senza toccarlo, esaltandone con luce sempre variabile la rugosità della facciata.

Un volume connette, cede la propria identità alla relazione, si alimenta di luce filtrata, di scorci, di percorsi e rapporti; l’altro afferma la propria presenza con la massa, ma con rispetto, senza competere con la materialità del nucleo centrale del museo. I volumi composti secondo un doppio sfalsamento, ricercano anzi una relazione delicata, che lasci spazio all’identità dell’esistente, in parte portando all’interno dello spazio filtro le finiture delle sue superfici e in parte lasciando sempre liberi e visibili gli spigoli del complesso, così da non diminuirne la portata né alterare in alcun modo la forza dei “bastioni” di pietra.

Il volume della teca bianca è generato da una serie di tagli non paralleli che definiscono i rapporti di altezza e superficie tra nuovo e vecchio, ricercando l’equilibrio dell’insieme. L’assetto complessivo del museo appare bilanciato, reso interessante dalla leggerezza dei collegamenti; in quest’assetto il nucleo originario del museo fa da raccordo tra le sue ali laterali, analoghe per finitura, in una logica di valorizzazione e rispetto dell’identità dell’esistente.

 

Modulo filtro tra vecchio e nuovo. Il passaggio fra edificio vecchio e nuovo è forse uno dei punti più delicati del progetto, nel quale l’approccio com­positivo si manifesta in un’architettura tanto carica di significato quanto leggera e astratta nelle forme. Il nodo di collegamento dà continuità ai percorsi interni e garantisce al museo la quantità critica di spazi versatili per gli allestimenti, permettendo inoltre la realizzazione di spazi di pausa lungo il percorso museale. Un’area cuscinetto necessaria non solo a livello architettonico dunque, per rispetto dell’esistente, ma logicamente connessa allo sviluppo museologico che il progetto propone. Questo nucleo è parte di un volume maggiore che si inserisce al di sotto della sala espositiva principale e che ne costituisce la necessaria premessa funzionale ed espositiva. In particolare nello spazio di raccordo tra l’edificio originario e il nuovo si manifesta un’atmosfera vibrante, eterea, fatta di luce filtrata e variabile che riempie l’ambiente filtro all’ingresso della sala espositiva al piano terra. La continuità spaziale e visiva amplia lo spazio e l’uso della luce solare e delle ombre come materia da costruzione permette di definire gli ambienti senza costringerli nei muri.

L’obiettivo del nucleo di collegamento, al di là dei suoi aspetti strettamente funzionali e della capacità di dare continuità alla prima nuova sala espositiva, è quello di rispettare l’edificio originario. L’ampio spazio di connessione col complesso originario ingloba nel suo sviluppo lineare tutto il modulo espositivo centrale (ora trasformato in sala multimediale), facendolo diventare una quinta interna. Il volume così definito si ferma all’allineamento dei percorsi e lascia completamente libero il nucleo espositivo di pietra a sud, in modo che rimanga percepibile in tutta la sua forza plastica dagli spiazzi antistanti. L’uso di parte della facciata esterna come quinta di un interno porta con sé la potenza espressiva del dialogo tra il preesistente e l’ampliamento attraverso lo spazio filtro. Le strutture del modulo filtro s’inseriscono delicatamente nelle pareti esistenti, affidando a un lungo taglio vetrato, non schermato dai frangisole, il punto di contatto tra i due edifici. Questa scelta tecnica consente l’illuminazione zenitale diretta delle ampie pareti di pietra che rivestono il modulo espositivo, valorizzandone al massimo la porosità del materiale.

 

Sala piano terra, litoteca, magazzino. La connessione tra il complesso originario e la sala principale avviene tramite un volume compresso, basso, sopra descritto. Questo volume si configura come una premessa funzionale alla sala superiore ma in maniera sfaccettata e complessa, non riducibile alla semplice funzione di collegamento. Inoltre le attività che vi sono pre­viste permettono di incrementare e migliorare l’offerta del museo nel suo complesso, adeguandolo agli standard previsti dalla legge. Si accede al nuovo sistema attraverso l’asse di percorrenza trasversale del sistema (ex-sala Pulix) e si scende di un metro rispetto al piano dell’attuale museo. Accedendo da una quota più alta, in un ambiente luminoso e leggero si ha la sensazione di avviarsi verso uno spazio compresso, con un carattere differente da quello delle altre sale del museo. Il percorso principale è organizzato con fulcro nel volume centrale della sala (il vano scala) così che si generi un percorso fluido e unitario; esso si sviluppa inizialmente lungo tutta la parete est, caratterizza­ta da una superficie di luce naturale filtrata dai frangisole verticali esterni che svelano, man mano che si procede, la smaterializzazione del volume. Sulla parete di fondo, appositamente libera e frontale rispetto al vano scala è prevista la possibilità di proiettare immagini e video. Il percorso si snoda poi attorno al volume centrale della sala, in uno spazio più buio e compresso, dal quale si accede al vano scala, illuminato dall’alto dalla sala superiore.

Nel volume sono presenti anche altri tre ambienti fondamentali per il nuovo museo: i magazzini e il blocco tecnico.

I musei moderni sono macchine scientifiche ed espositive che ricercano sempre relazioni variabili e innovative con la società, evitando di fossilizzare letteralmente le proprie collezioni. In quest’ottica i magazzini non devono essere concepiti come spazi di accumulo ma di gestione delle risorse ivi custodite. Si prevede di con­servare parte delle collezioni non esposte o temporaneamente non esposte, nei locali magazzino, individuando in uno di questi gli spazi necessari all’archiviazione catalogata dei reperti e dei testi corredati e alla loro consul­tazione da parte di specialisti. Il magazzino in testata di edificio invece è concepito per il deposito dei materiali extra ma soprattutto per la prima fase di ca­talogazione, all’arrivo dai laboratori di restauro. Inoltre l’ampio spazio, dotato di accesso carrabile indipendente dall’esterno, è stato dimensionato per accogliere i materiali degli allestimenti temporanei ivi comprese le stesse collezioni. Il materiale è facilmente trasferibile all’interno delle sale espositive sia al piano terra che al primo piano, tramite un ampio montacarichi.

 

Sala “Monti Prama”. La sala superiore è racchiusa nel volume bianco che si configura come una grande teca protettiva. Arrivando dalla sala sottostante, attraverso la scala, si emerge in mezzo allo spazio, guadagnando la vista di un ambiente molto più luminoso di quello inferiore. Soffitti e pareti sono bianchi, come quelli esterni, e così i pavimenti, in marmo chiaro. Quando si è arrivati al piano della sala si capisce di trovarsi su una leggera lama d’acqua in lento movimento, il cui suono delicato inizia a percepirsi lungo il percorso ascensionale. La pavimentazione di arrivo è flottante sul pavimento di base e l’acqua vi scorre sotto. L’ambiente appare astratto e l’atmosfera rarefatta. L’esperienza spaziale è amplificata dalla luce e dal suono dell’acqua che scorre placidamente.

La sala ha un impianto rettangolare gestito da un percorso fisso principale lungo il suo asse longitudinale, che si affianca alla scala di arrivo. Il percorso definisce le superfici interne e quella esterna del patio. I piani d’acqua così realizzati moltiplicano la luminosità e la fanno vibrare. Riflessi, suoni e luce diffusa interpretano e rielaborano le suggestioni lagunari. Il contesto è sempre presente, sottile, leggero, astratto; accompagna la visita senza prendere il sopravvento sull’esposizione. Le statue si ergono su basi impermeabili posate sul pavimento, debitamente protette da teche di cristallo extra chiaro e possono essere disposte secondo gli allestimenti previsti dal progetto scientifico del Museo. L’ambien­tazione proposta mira a valorizzare le statue di Monti Prama con sottili rimandi al luogo di ritrovamento e al suo rapporto con la laguna. Un livello di astrazione ancora maggiore rispetto alla sala inferiore si rende necessario per poter ospitare una statuaria complessa, una collezione di numerosi pezzi (anche se si facesse una selezio­ne), non singoli ma in rapporti reciproci tra loro, che hanno un fascino millenario, legato anche alla dirompente forza del loro ritrovamento di massa. Nessun paesaggio come sfondo avrebbe permesso di osservare le statue senza distogliere, almeno in parte, l’attenzione. In questo modo il richiamo al territorio si fa sottile, composto. Unici contatti con l’esterno: la luce e il cielo del patio. Il piano d’acqua stacca le statue rispetto alla base, le posa, tremolanti, su un riflesso, ne sospende la massa nello spazio per sospenderne l’immagine nel tempo. Pezzi così straordinari provenienti da un passato remoto e distanti, ora nuovamente esposti alla luce del giorno; un distacco è necessario. Nel caleidoscopio di riflessi si mescola la nostra immagine con la loro, il loro tempo col nostro fino a riemergere in una realtà immateriale al di là del tempo; una realtà forse per noi solo intuibile che può essere sentita prima ancora che compresa.

La sala ha una superficie divisa in tre aree, organizzati da un lungo percorso longitudinale, parallelo alla scala, che definisce anche il patio. Le tre superfici sono coperte da una lama d’acqua sottile, in leggero movimento, che trabocca alle estremità e viene rimessa in circolo. Le tre superfici così individuate sono indipendenti e consentono una migliore gestione e manutenzione degli spazi. L’intero ambiente può ospitare gli allestimenti più vari, sempli­cemente disponendo nell’acqua le apposite mattonelle per generare i percorsi e le basi di appoggio delle opere o delle teche. L’acqua aiuta nelle definizione delle giuste distanze di osservazione e di protezione delle opere, in maniera discreta ed efficiente. E’ comunque possibile, nell’ottica di una maggior flessibilità d’uso, prosciugare singolarmente gli specchi d’acqua per ospitare mostre particolari o che richiedano grandi superfici libere. Il per­corso principale è l’unico fisso, insieme alla scala e al piano di arrivo. Da esso possono essere sviluppati passaggi liberi all’interno delle aree d’acqua e può anche permettere lo sviluppo del percorso museale negli spazi esterni del patio o della copertura del vecchio edificio col quale, in questo modo si riallaccia anche al piano superiore.

L’illuminazione è garantita da due fonti primarie, una naturale e una artificiale. La luce naturale proviene dai lu­cernari sul soffitto, appositamente incassati nel sistema di copertura in modo da generare delle cascate di luce dall’alto sulle pareti perimetrali lunghe. Inoltre il patio, esposto a nord così da non dover essere schermato per irraggiamento diretto, può inondare la sala interna di luce riflessa sulle sue pareti bianche e sull’acqua. La luce artificiale può essere regolata in funzione degli allestimenti e deve garantire gli apporti minimi necessari alla fru­izione adeguata degli spazi.

 

Studio di un’immagine coordinata. Un museo deve strutturare relazioni con il territorio al di là della semplice funzione espositiva. Occorre anche che si diversifichino le offerte e le tipologie di utenza, così da raggiungere il maggior numero di visitatori possibili e am­pliare le potenzialità culturali ed economiche di sviluppo. Il museo, come detto può funzionare da cerniera e punto di riferimento a scale diverse, da quella urbana rispetto alla laguna a quella territoriale e regionale, sfruttando la facile raggiungibilità da tutta l’Isola. Una scala più ampia può essere raggiunta, anche a livello internazionale, solo attraverso adeguate campagne pubblicitarie e investimenti in rigorosi progetti scientifici. Questi ultimi non possono limitarsi alla ricerca della massima qualità espositiva delle collezioni permanenti ma devono garantire un’intelligente stagionalità di allestimenti temporanei. Il Museo deve costruirsi cioè un’immagine coordinata a livello regionale, nazionale e internazionale, inserendosi nelle reti di rapporti tra enti e istituzioni ricercando la massima qualità. Il presupposto per ottenere una buona immagine è senza dubbio l’affidabilità e la capacità di fornire garanzie in particolare durante i prestiti di collezioni provenienti da altri musei. I circuiti internazionali sono la chiave di successo dei musei e anche il mezzo per tenere costante il rapporto con gli stessi utenti locali. Non si può pensare infatti che la collezione Monti Prama, pur eccezionale, sia in grado di garantire flussi costanti. Il museo in primo luogo deve essere sostenuto dagli abitanti del territorio che si fidelizzeranno soltanto se l’offerta culturale saprà diversificarsi nel tempo e nei contenuti. Un museo con spazi espositivi ricercatamente flessibili e funzionali permette di sfruttare al massimo le potenzialità di allestimento.